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Quei giorni nella Repubblica Democratica del Congo: voci di volontariato all’estero

Vi raccontiamo l’esperienza di volontariato all’estero di Valerio, che ha deciso di spendere alcune settimane nella Repubblica Democratica del Congo

Quei giorni nella Repubblica Democratica del Congo: voci di volontariato all’estero

Ogni viaggiatore ha nel suo cuore la ragione per cui parte. Quella che lo porta a lasciare tutto, poco importa se per un breve periodo o per mesi, e “portare con sé la voglia di non tornare più”. Fra queste, di certo la più nobile è quella di regalare un sorriso nei luoghi dimenticati dal Mondo: come ha fatto Valerio, protagonista di un’ esperienza di volontariato all’estero nella Repubblica Democratica del Congo.

Valerio Di Domenico, un 28enne romano come tanti che decide, tra studio e lavoro, di partire per un’esperienza nuova. L’idea viene a un suo collega e amico, Domenico che, durante una cena nel periodo natalizio, aveva rivisto un suo vecchio conoscente appena tornato dal Congo, dove aveva passato due settimane nella Missione dei Padri Caracciolini a svolgere attività di volontariato. Contagiato dal suo entusiasmo, Valerio accetta, convinto che nulla possa far crescere e maturare una persona come vivere sulla propria pelle delle esperienze cosi intense. Dopo la decisione, lo step successivo fu dirlo alla famiglia, ma cosa ne pensavano i suoi cari? La prima reazione fu una naturale preoccupazione, ma in fondo nessuno rimase molto sorpreso conoscendo il suo spirito intraprendente. Anche la fidanzata, passato un primo momento di preoccupazione, ne resta entusiasta: essendo una studentessa di medicina non ha potuto che approvare la scelta, facendosi promettere di partire insieme in futuro. Così, zaino in spalla, Valerio e i suoi amici partono.

Domenico, Andrea e Valerio con Padre Faustino
Unico punto di riferimento, l’Ordine dei Chierici Regolari Minori di San Francesco Caracciolo e l’invito formale da parte di Padre Faustino Kambale Bynynwa, delegato dell’Ordine per l’Africa.

E la paura che fine fa quando si decide di partire per la Repubblica Democratica del Congo?

Si annulla, e come dice Valerio nonostante i dubbi <<mi sono sentito sempre più come un atleta che aspetta il momento di gareggiare, accompagnando la tensione al desiderio di scendere in campo>>. Così arriva il primo giorno in Africa. Ci si sente << spaesato, catapultato in mezzo ad una realtà caotica in cui tutti i punti di riferimento non hanno più valore>> . Una sensazione strana, perché nonostante trasferimenti e spostamenti fatti in passato, Valerio non era mai entrato a contatto con una realtà così diversa e distante dalla sua, realizzando davvero per la prima volta <<quanto grande sia il mondo e quanto piccolo invece sono io>>.

Il primo amico di questa esperienza di volontariato all’estero è Padre Faustino Kambalè, il delegato dell’Ordine per l’Africa, molto più di un semplice sacerdote Missionario: ospitale, sempre allegro e sorridente, capace di gestire ogni situazione. La comunità, infatti, sorta attorno alle mura della missione, vive e si muove con essa in un’armonia difficile da spiegare e, sotto il sapiente controllo di Padre Faustino e degli altri sacerdoti, vengono portate avanti moltissime attività (coltivazioni, un fabbrica di mattoni, piccole attività commerciali, scuole), attraverso le quali la popolazione locale non viene solo aiutata, ma cresciuta come una realtà sociale propria.

Le due settimane corrono tra la missione ubicata nella cittadina di Nyamilima, quella a Kamolesull’isola di Idjwui ed il seminario presso la capitale Goma. Valerio e i suoi compagni di viaggio passano la maggior parte del tempo presso l’ospedale di Nyamilima, svolgendo piccoli lavori all’impianto elettrico e riparando vecchi macchinari che, per usura o guasti, non funzionavano da tempo (e che, data la situazione precaria dei trasporti, non sono mai stati sostituiti dalle autorità centrali). Ma il loro contributo non si ferma a questo, in quanto partecipano anche alla realizzazione di un centro sanitario in un piccolo villaggio lungo il confine, mentre in un’altra occasione si mettono a dipingere di nero lastre di pietra: sarebbero diventate bellissime lavagne nella scuola materna del paese.

Domenica delle palme a Nyamilima 

L’unica difficoltà di Valerio è solo linguistica: a differenza dei suoi amici Andrea e Domenico, non parla Francese: lì in pochissimi infatti conoscono l’inglese, che soltanto da alcuni anni viene insegnato nelle scuole, e nelle realtà più periferiche come Nyamilima, anche la stessa lingua francese lascia per la gran parte posto allo Swaili. Ma alla fine, anche la lingua del posto, che inizialmente sembrava incomprensibile, diventa più familiare. Contrariamente a quanto pensava, i ritmi delle giornate e il clima del posto non lo destabilizzano, così le giornate passano senza patire particolarmente il caldo e l’umidità. Anche adattarsi a quelle che a prima vista sarebbero potute apparire come grandi difficoltà, ovvero la mancanza di molte comodità, diventa solo un ricordo. Tutto ciò che resta è vita vissuta lontano, come dice Valerio <<dal guardare la realtà dall’obiettivo della fotocamera>>.

Ma i giorni passano ed è tempo di lasciare l’Africa. La valigia è più piena di quando è arrivato: dentro c’è <<la consapevolezza che felicità e serenità sono nelle piccole cose>>, la fatica di <<due soli medici e tre infermieri che riuscivano a mandare avanti un ospedale e far fronte ad una media di cento nascite al mese>>  e poi ci sono i sorrisi dei bambini “gli stessi bambini sfortunati che lo accoglievano con grida di gioia e lo accompagnavano ovunque”; e poi ancora una Fede ritrovata, persa molto tempo fa.

Alla domanda: “cosa hai lasciato in Africa”, Valerio ci spiazza e confessa:

<<Direi di non aver lasciato niente e nessuno; piuttosto direi salutare, perché per l’esperienza che ho vissuto, e per quello che mi ha lasciato, quello alla Repubblica Democratica del Congo non può essere stato che un “arrivederci”>>.

Inutile chiedergli se ci tornerà per una nuova esperienza di volontariato all’estero. Perché si, il Mal d’Africa esiste e si cura solo tornando.

Donne di Nyamilima mentre preparano il caffèIl mercato di Rutshuru

 

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