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Palmira distrutta dall'Isis: ecco il piano di Oxford e Harvard

All'indomani dell'ennesimo scempio dell'Isis, le università di Oxford e Harvard svelano il loro progetto per difendere i monumenti dalla distruzione

Palmira distrutta dall'Isis: ecco il piano di Oxford e Harvard
                                                                                                               Foto: "Temple of Bel in Palmyra". Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.
Hanno fatto il giro del mondo le immagini che ormai da molti mesi riempiono di rabbia e di tristezza tutto il mondo.

E' di poche ore fa l'ultima notizia relativa al crollo di un altro dei simboli della martoriata città siriana di Palmira per mano dell'Isis. Dopo Il tempio Baal Shamin e l'uccisione dell'archeologo responsabile del sito archeologico lo scorso 32 agosto, le immagini del satellite confermano che gli jihadisti dell'Isis hanno distrutto con l'esplosivo anche il tempio di Bel, risalente a 2mila anni fa, radendolo completamente al suolo.

Di fronte ad un tale scempio le università di Oxford e Harvard si sono alleate e hanno cercato un modo per diferdere il mondo da una tale scia di devastazione.

Un piano messo appunto dai due atenei, fra i più illustri e famosi al mondo, per dichiarare una guerra pacifica alla furia distruttiva degli jihadisti.

Le armi a disposizione degli studiosi britannici e statunitensi sono la ricerca, l'astuzia e i più moderni strumenti tecnologici a disposizione dell'architettura contemporanea.

Così come durante la seconda guerra mondiale ci furono uomini impegnati nella lotta alla distruzione e al furto di opere d'arte e reperti storici da parte dei nazisti, oggi, rivela il Times, un team di archeologi ha messo a punto un progetto con lo scopo di limitare gli eventuali futuri danni provocati dagli uomini del califfo Abu Bakr al Baghdadi.

Si parla di migliaia di piccoli droni dotati di telecamenre tridimensionali, apparecchiature poco costose, da circa 27 euro l'una, che verranno "sguinzagliati" nei cieli del Medio Oriente, Iraq prima di tutto. Lo scopo? Quello di fotografare quanto più possibile, di immortalare per sempre la bellezza degli antichi siti archeologici più a rischio in questo particolare momento storico, per poter poi in un secondo momento, nella peggiore delle ipotesi, vale a dire che questi vengano per sempre rasi al suolo dall'Isis, avere tutte le coordinate e le informazioni necessarie per poterli eventualmente ricostruire.

Le evolute stampanti 3D, attraverso dettagliate immagini dei monumenti, ripresi da ogni possibile angolazione, potranno aiutare nella ricostruzione fedele di ogni sito. Le foto verranno immediatamente archiviate in un database open-source online e ad ogni immagine saranno aggiunte le coordinate Gps (longitudine e latitudine) al secondo.

Questo sarà utile anche a contrastare l'enorme traffico di opere d'arte con cui l'Isis si sta finanziando. Non sarà più possibile, infatti, in questo modo mentire sulla data e sull'esatta provenienza di un determinato reperto, avendone i droni individuato l'esatta posizione spaziale e temporale. 

Certo è che nel caso in cui tali preziosi siti - testimonianze di antichissime civiltà, monumenti che per duemila anni hanno visto evolvere (o involvere?) l'uomo - venissero ricostruiti, si tratterebbe di "falsi", ma del resto è questo l'unico modo per non veder sparire sotto le macerie e sotto le ruspe millenni di storia.

2 milioni di sterline (2,7 di euro) l'investimento necessario al progetto, pienamente sostenuto dall'Unesco, con un primo obiettivo a breve termine, quello di scattare almeno 5 milioni di immagini digitali ad altissima risoluzione partendo dalla Mesopotamia, culla della civiltà umana.

Il piano partirà il prossimo mese, ad ottobre presumibilmente, con la collaborazione di una fitta rete di archeologici in loco, e mira, entro il 2017 a concludersi ottenendo in tutto 20 milioni di foto.

Si partirà come detto dall'Iraq per poi espandersi  in Libano, Iran, Yemen, Afghanistan e Turchia orientale nella speranza di riuscire a non veder volare via, come polvere al vento, cinquemila anni di storia e con essi le nostre più antiche radici.
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