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La strage di C. Hebdo: viaggiare per vincere l'intolleranza

A poche ore dal tragico assalto alla redazione di Charlie Hebdo, ci interroghiamo su come il terrorismo abbia cambiato i viaggiatori e di come il viaggio e la conoscenza siano le uniche armi contro l'intolleranza

La strage di C. Hebdo: viaggiare per vincere l'intolleranza

Era il giugno del 1963 quando, in una Berlino ancora divisa dal muro, il presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy tuonava “Ich bin ein berliner!”, “sono un berlinese!”, per ricordare che qualsiasi cittadino libero del mondo poteva identificarsi con un cittadino di Berlino. Un senso di comunità e di appartenenza che ben faceva sperare nella società futura.

Quando, ormai 14 anni fa, il terrore sconvolse il cielo di New York, per molti lo slogan divenne, ancor prima degli hashtag, “siamo tutti Americani”. E anche la nostra voglia di girare per il mondo ha subito una battuta d’arresto: solo pochi liquidi nei bagagli a mano se prendi l’aereo, il body scanner, il passaporto a lettura ottica, i controlli vari. Abbiamo saggiato cosa significa essere guardati al microscopio per un bene “superiore”: la nostra sicurezza. Sicurezza che abbiamo perso perché il terrorismo non ha un volto, non ha divise. E’ un camaleonte che assume qualsiasi colore, compreso quello del tuo vicino di posto in aereo. Improvvisamente i bollini rossi si sono moltiplicati sulla mappa delle zone calde: qui le frontiere sono chiuse, qui è troppo rischioso, qui decimano le donne, qui rapiscono i turisti…

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Quella minaccia all'uguaglianza, alla tolleranza fra i popoli, quella difficoltà nel vivere sotto lo stesso cielo pur avendo credo, tradizioni, origini diverse che sembrava un film di Spielberg è approdata anche in Europa. Prima Madrid nel 2004, poi Londra nel 2005. Anche l’Italia viene umiliata e offesa, a Nassirya, a migliaia di chilometri da casa. E allora, da quei momenti, come avrebbe detto De Andrè “si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura”.

E poi, in questo inizio di 2015, la paura è venuta a bussare di nuovo alle porte d'Europa. E lo ha fatto nella città più romantica del mondo, la capitale europea in pectore. Parigi, a seguito dell'attentato terroristico alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo in cui hanno perso la vita 12 persone, è stata tenuta sotto scacco per tre giorni e in queste ore nessuno sa se è davvero finita. Per paradosso, proprio in quella Francia dove un ragazzino algerino cresciuto nella periferia di Marsiglia può diventare Zinedine Zidane. E allora ecco che succede: si viene tentati dal disfare la valigia.

Si torna a prendere poco volentieri la metropolitana, si passeggia con il fiato sospeso davanti ad un’ambasciata. Diventa difficile anche vivere tranquillamente la quotidianità di "turisti" nella propria città. E il risultato è solo uno: quello di smettere di andare, di viaggiare. “Mi è passata la voglia” è la frase che ricorre in questi giorni: ed è quella voglia che invece ha partorito Magellano e Colombo, che ci ha reso, nel bene e nel male, cittadini del mondo.

La vignetta pubblicata dal fumetto

Eppure, in queste stesse ore così difficili, migliaia di persone si stanno riversando nelle strade, nelle piazze, di fronte alle ambasciate. E lo stanno facendo con l'auto, a  piedi, con un aereo, un treno. Sono centinaia le persone che mosse dalla stessa "dolce malattia" di Ulisse si stanno recando a Parigi per la grande marcia che domenica 11 gennaio andrà da  Place de la République a Place de la Nation. Perché l'unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa: un miracolo parallelo, che dimostra come la triade "andare-vedere-tornare" resta la panacea di fronte a questo male.

Dobbiamo conoscerci, incontrarci, scontrarci, vedere, toccare.

Il sospetto, la mancata conoscenza sono le ragioni di queste ore terribili. L’antidoto? L’espressione massima della conoscenza stessa: il viaggio. Viaggiare è confronto, è avere nuovi occhi, e saper stare nei panni dell’altro. E’ in nome di questo che non dobbiamo disfare la valigia. Dobbiamo tirarla giù dall’armadio, come le migliaia di persone che con coraggio viaggeranno verso Parigi, domani. Dobbiamo prenotare i nostri biglietti, salire sui bus come un tempo, sognare sulle mappe e andare. Parlare con gli altri, osservare, capire. Combattere con un’arma ancora più potente delle bombe: la voglia di vedere, di esserci, di tendere le mani.

Il dubbio è lecito. “E se mi accade qualcosa?”. Si, può succedere. Lo sapeva anche Ulisse. Ma noi uomini siamo navi e le navi, anche se in porto sono più sicure, sono fatte per andare per mare. E allora, visto che nemmeno le nostre strade e le nostre case sono più sicure, rinchiudersi tra le “quattro capriole di fumo del focolare” non ha senso. Dobbiamo avere il coraggio e l’incoscienza, mai come oggi, di riprendere la valigia, riempirla di nuovo e andare.

Domani centinaia di migliaia di persone a Parigi. Come e più di prima, siamo tutti parigini.

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