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Il mito della Geisha in Giappone

Misteriosa, enigmatica, elegante e aggraziata. Un viaggio alla scoperta della figura più emblematica del Giappone: la geisha

Il mito della Geisha in Giappone

“Lei si dipinge il viso per nascondere il viso. I suoi occhi sono acqua profonda. Non è per una geisha desiderare. Non è per una geisha provare sentimenti. La geisha è un'artista del mondo, che fluttua, danza, canta, vi intrattiene. Tutto quello che volete. Il resto è ombra. Il resto è segreto”.

Questa è la descrizione che della geisha viene fatta dalla protagonista Sayuri nel celebre film Memorie di una Geisha (2005).

Una creatura fragile, esile, leggiadra, pudica ma sensuale, occhi bistrati di nero e labbra rosse come una rosa, il cui scopo è intrattenere l’uomo che ha di fronte.

La figura della geisha è l'emblema del Giappone e ha sempre rappresentato un mito per gli occidentali, i quali, però, spesso tendono ad associarla ad una prostituta d'alto bordo, residente in un bordello, pronta a soddisfare sessualmente ogni cliente. 

Geisha durante uno spettacolo, dal film Memorie di una Geisha.
Niente potrebbe essere più lontano dalla realtà. Sebbene nulla vieti alle geisha di concedersi sessualmente, il compito tipico di queste creature risiede nell'intrattenimento dei clienti, cantare e danzare per loro, servendogli il the con gesti aggraziati. 

Le artistiche movenze di una geisha, dal film Memorie di una Geisha.

Per capire a fondo l'importanza di queste donne e del loro potere, ci immergiamo in un viaggio nell'antico Giappone, alla scoperta delle tradizioni più recondite e dei motivi per i quali le geisha sono balzate sugli altari della gloria. Il termine geisha nasce dalla fusione di due kanji (dittonghi): gei, sta a indicare l'arte, mentre sha si riferisce a persona. Quindi, ottimizzando la traduzione, otteniamo come risultato il termine "artista". Inizialmente, il ruolo d’intrattenimento, era affidato esclusivamente agli uomini: con il tempo, però, la grazia e la leggiadria delle donne, sono salite prepotentemente alla ribalta. 

L'entrata di un'Okiya, la tipica casa delle geishe in Giappone
Il cammino per diventare una geisha era lungo e tortuoso: lasciata la famiglia d'origine in tenera età, non più di nove-dieci anni, le ragazze venivano introdotte in una okiya, propriamente la casa delle geisha, affidate alla supervisione della okasan, chiamata "madre" e proprietaria della casa, e istruite meticolosamente: muoversi con eleganza, con disinvoltura, facendo attenzione alla mimica facciale e alla gestualità del corpo. Nessuna emozione doveva trasparire dal volto. L'apprendistato vero e proprio era faticoso e sfiancante: molte erano le ragazze a non sopportare un addestramento rigido. Abbandonato il sogno di diventare geisha, rimanevano semplici serve per tutta la vita, sottomesse alle geisha dell’okiya.  

Il trucco tipico della geisha - dal film Memorie di una geisha

Le geta, calzature tipiche del Giappone indossate dalle giovani maiko












Alla fine del percorso di studi, la geisha si rivelava un'abile maestra nella cerimonia del the, nella conoscenza della musica e degli strumenti musicali - lo shamisen, soprattutto - nella danza, nel canto e nella recitazione, nell’eloquio, nell'arte di maneggiare il ventaglio e nel disporre i fiori. 

Fisicamente, la geisha doveva incarnare l'ideale della perfezione: slanciata, esile, sottile, volto affilato e zigomi pronunciati. Per rendere più drammatico il proprio aspetto, il trucco giocava un ruolo fondamentale.  Il viso era cosparso con olio, con un fondotinta rosato e uno strato di cerone bianco: il rosa delle guance, contrastando con il bianco del cerone, faceva risplendere l'ovale perfetto. Le labbra rigorosamente rosso sangue per contrastare il volto cereo.

I capelli, neri, venivano cosparsi di olio di camelia per esaltarne la lucentezza e acconciati in elaborate pettinature, da cui pendevano fiori, farfalle e gioielli.

Anche il kimono era indicativo della condizione della geisha: le giovani aspiranti, dette maiko, ne indossavano di semplici, spesso a tinta unita, con pochi ricami, abbinati alle tradizionali calzature giapponesi, le geta.

Una geisha abbigliata di tutto punto in giro per la città

Le geisha già affermate, avevano un intero ventaglio di scelta: i kimono in seta, intessuti con fili d'oro e argento, conferivano un fascino ulteriore ad una bellezza già misteriosa di per sé. Il colletto dell'abito andava rigorosamente scostato dalla pelle per rendere evidente la nuca e la base del collo, i punti focali dell'immaginario sessuale giapponese.

Seducente e raffinata, la geisha non si sposava mai: dopo aver avuto pretendenti e amici particolari, definiti danna, poteva ritirarsi a vita privata e istruire nuove giovani donne nell'arte di essere geisha.

Dopo un lungo periodo di diffusione e splendore, questa figura mitica si trova oggi sul viale del tramonto: nonostante esistano ancora maestre di cerimonia e scuole di formazione, non c'è più richiesta di geisha. Il percorso, lungo, sfiancante e costoso, scoraggia anche quelle più intraprendenti.

Un mito, però, è tale se sopravvive in eterno. E di questo possiamo essere ben sicuri: quello della geisha, non tramonterà mai. 

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