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Fuga di cervelli: non più liberi di scegliere

Lavorare come ricercatori negli States è sempre stata una proposta molto allettante, ma oggi si sta trasformando nell'unica alternativa possibile

Fuga di cervelli: non più liberi di scegliere

Intraprendere la carriera di ricercatore non è mai cosa facile, soprattutto se il Paese in cui si vive non offre possibilità adatte alle proprie aspirazioni e aspettative. E spesso la soluzione migliore consiste nel trasferirsi all'estero, per ottenere maggiori opportunità di valorizzazione, crescita e supporto. 

Da molti anni, ad esempio, l'Italia è afflitta dalla famigerata fuga dei cervelli che indica il trasferimento di migliaia di ragazzi, soprattutto ricercatori, verso altri Paesi e in particolare verso gli Stati Uniti. Con l'aggravarsi della crisi economica, poi, questo fenomeno sta dilagando e sta passando dall'essere una scelta autonoma ad una strada ormai quasi obbligata.

Diverse sono le motivazioni che spingevano i ricercatori di ieri rispetto a quelli di oggi a munirsi di coraggio e partire. Inoltre sostanzialmente differente è il ruolo che questi stessi ricercatori hanno in patria rispetto al paese ospitante, come ad esempio negli USA. Infatti, nel Paese più potente del mondo, i ricercatori sono detti assistant professor, la loro paga è praticamente il doppio rispetto a quella italiana, l’autonomia scientifica è illimitata, i fondi per la ricerca sono molto generosi e non si è oberati da interminabili ore di insegnamento.Situazione appetibile per chi vuole fare della ricerca la propria ragione di vita, oggi soprattutto.

Molti studiosi che sono partiti negli scorsi decenni sostengono però che sì, le possibilità oltreoceano erano maggiori quindici anni fa, però, la scelta era più personale, era di chi aveva  fame di indipendenza intellettuale. Ad oggi, non è più questione di appetito: è una necessità. Per necessità s’intende che chiunque voglia e abbia le capacità giuste per intraprendere questo tipo di carriera deve espatriare. In molti scrivono su blog e giornali di come poi questi studiosi all’estero vengano elogiati e stimati, di come abbiano successo, e di come il made in Italy sia un marchio di prestigio.

La domande sorgono spontanee: perché non dar lustro al proprio paese con l’intelletto e la ricerca, invece che regalarlo ad altri? Perché non dare la possibilità ai ricercatori di crearsi il loro futuro anche in Italia? Perché investire nella loro formazione e poi lasciare che siano altri a beneficiare dei risultati? Perché non lasciarli liberi di poter scegliere?

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