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Buon viaggio David Bowie

David Bowie si è spento all'età di 69 anni.Il mondo dice addio al Duca Bianco del rock.

Buon viaggio David Bowie

photo credit: "David-Bowie Chicago 2002-08-08 photoby Adam-Bielawski" by Photobra|Adam Bielawski - Own work. Licensed under CC BY-SA 3.0 via Commons.

È tutto vero. Il duca bianco se n’è andato. Così ci siamo svegliati in questa mattina di gennaio a solo 48 ore dal suo 69esimo compleanno, increduli, davanti a quei titoli così asciutti di giornali e tv: David Bowie è morto.

Cinquant’anni di rock, questa è stata la vita di David Robert Jones, figlio del dopoguerra inglese in quel di Brixton. Una famiglia semplice, dove ognuno contribuirà a rendere David quello che è stato per la storia della musica: come, ad esempio, gli ancheggiamenti della cuginetta che si dimenava sulle note di Elvis e che lo condurrà nel magico mondo della musica americana. Per farlo, passerà l’infanzia a sognare giocando con un sassofono di plastica bianca e a cantare nel coro della Chiesa di domenica.

Sexy mutaforme, Joker a volte angelico, altre demoniaco, sfrontato fin da bambino. Come quella volta che ebbe il coraggio di telefonare al grande sassofonista Ronnie Ross (quello dell’assolo di sax in Walk on the wild side di Lou Reed) per chiedergli diventare il suo maestro: Ross accettò, scorgendo nel suo talento qualcosa di “maledettamente terribile”. Quel qualcosa trasformerà il suo giocattolo di plastica in un vero sassofono che lo porterà, negli anni Sessanta, a braccia aperte verso il suo destino.

Sono gli anni della collaborazione con l’amico George Underwood con cui fonda una cover band studentesca, i Kon-rads: gli anni stessi in cui, per una ragazza, un pugno sul viso contribuirà a renderlo quella figura evanescente che è arrivata sino a noi. Si guadagnerà due iridi di colore diverso, che faranno del suo viso un’icona dandy del mondo del rock.

Ma è solo nel 1964 che arriva il primo disco in assoluto, Liza Jane, destinato a non riscuotere un grande successo. Insuccessi che si ripetono sino alla fine degli anni Sessanta, costellati da vicende amorose altalenanti e pezzi rifiutati dalla celebre Deram records. Tuttavia, i continui rifiuti ne fanno un funambolo dell’arte che si muove maliardo tra teatro, incisioni, sperimentazioni musicali e cinema, proprio mentre Woodstock cambiava per sempre la storia della musica. Conclude quegli anni la registrazione spartiacque, quella di Space Oddity, che gli farà scalare la top ten delle classifiche britanniche ancora così intrise di Beatles.

È il fratello Terry, l’alter ego malinconico del white duke: un ragazzo schizofrenico, amante del jazz e della beat generation, confinato nell’ospedale psichiatrico di Croydon. Solo David sembra in grado di capirlo. È a lui che dedica, All the Madman, pezzo da novanta dell’album The Man who sold the world. Un album più cupo, in cui l’algido e istrionico Pierrot, affronta temi come la bisessualità, la follia, la dittatura, scandite dalla chitarra di Mick Ronson.

Ma è l’incontro con la bizzarria di Andy Warhol che stravolge e definisce lo stile di David Bowie. La sua ambiguità, anche sessuale, si trasforma in linguaggio, il corpo diventa espressione al pari della voce. Bowie si consacra come un teatrante raffinato e misterioso che solo la Sodoma e Gomorra americana, riesce a capire ed ammaliare, nonostante le vendite stentino ancora a decollare: fu quello il tempo di approdare alla RCA.

È il 1972 quando esplode letteralmente il fenomeno Bowie. Il ragazzo-camaleonte che non riesce a vendere, l’esordiente che fa impazzire la critica americana ma che in America non può esibirsi per via delle regole sindacali, l’ambiguo artista dandy e drogato, conquista la vetta delle classifiche con The rise and the fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. David diventa l’efebo Ziggy, fasciato in calzamaglie aderenti e dai capelli rosso fuoco. Ma mentre il mondo impazzisce per lui, il confine fra Ziggy e David si assottiglia sempre di più fino a quando, il primo, prendere il sopravvento sull’inquietudine innata di quel bambino di Brixton che giocava col sassofono di plastica. Furono anni allucinanti e allucinati, caratterizzati dal fascino per l’occulto e da una nuova solitudine da fama.

video credit: Clara0815007

Arriva il 1977 e con esso Heroes, nemesi pop rock del mondo da Guerra Fredda, destinato, proprio come la sua title track, a diventare una canzone simbolo col suo mantra “We could be heroes, just for one day”. Non è un caso che proprio questa canzone verrà scelta, infatti, all’interno della colonna sonora del film cult Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, diario della gioventù sbandata della città del Muro.

Senza mai fermarsi, ritirarsi o restare immobile, Bowie ha affrontato i “commerciali”anni Ottanta con Never Let me down, le sperimentazioni degli anni Novanta con Black Tie White Noise, per arrivare a quello stile millennium che ci regalò Thursday’s Child. Un momentaneo ritiro per poi tornare, da uomo con capelli bianchi, sulla scena internazionale nel 2013 con The Next Day.

Né mito fugace, né maledetto dai 27 years old, pensavamo che lui come tutti i grandi della Hall of Fame, non potesse mai andarsene, destinato ad essere invincibile come Achille, sempre nel sicuro mondo delle fiabe del Duca Bianco. E invece no. Mr David Robert Jones, 69 anni, si è ammalato di cancro come un comune mortale. E con i capelli accarezzati d’argento, solo pochi giorni fa, ci ha regalato l’album Blackstar ed ha festeggiato il suo compleanno per salutarci tutti. Poi, è tornato da dove era venuto, andando incontro allo Starman waiting in the sky.

Buon viaggio Duca, e facci sapere se davvero c’è vita su Marte.

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