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Breve storia dell'Apartheid

Ripercorriamo insieme le tappe principali che hanno segnato l'ascesa e il declino delle leggi razziali in Sudafrica

Breve storia dell'Apartheid
Apartheid, una parola che evoca la storia di un intero popolo, di una nazione e di uomini straordinari che hanno sacrificato perfino la vita per rendere il proprio Paese un posto migliore. In occasione della scomparsa del leader simbolo della lotta contro le ingiustizie, Nelson Mandela, ripercorriamo brevemente la storia del Sudafrica in relazione alla terribile piaga che lo ha afflitto per anni.

Le leggi che contribuirono a identificare l’apartheid come uno strumento di segregazione razziale da parte del governo sudafricano furono proclamate nel 1948, in seguito alla vittoria elettorale del Partito Nazionalista. I primi ministri Daniel Malan, Johannes Srijdom e Hendrik Frensh Verwoed, che governò fino al 1966, furono i fautori della dottrina del cosiddetto sviluppo separato delle due razze. Le loro azioni fecero sì che la politica di netta divisione tra bianchi e neri divenisse, per la minoranza del Paese, una normalissima forma di convivenza nella quale a qualcuno venivano riconosciuti più diritti di altri. Per la maggior parte dei cittadini, invece, essa si tradusse nella discriminazione più totale.

Vennero a  crearsi quattro grandi sottogruppi razziali: i bianchi che componevano circa il 20% dell’intera popolazione, i neri e meticci che erano circa il 75% e infine gli asiatici, che costituivano la percentuale restante.

A coloro che non appartenevano al gruppo caucasico fu vietato di partecipare alla vita politica e furono create delle zone, dette bantustan, in cui far alloggiare quella che effettivamente era la maggioranza della popolazione. Si trattava di veri e propri ghetti, e chiunque abitasse in queste terre chiamate anche homeland, avrebbe perso la cittadinanza sudafricana. Fu una mossa governativa per ridurre il numero degli abitanti sudafricani neri e asiatici, e separare il Paese in base alle diverse etnie. Con il Black Homelands Citizenship Act del 1970, poi, la cittadinanza fu definitivamente negata a tutti i non-bianchi, anche se non fisicamente residenti in questi territori. Nelson Mandela e molti altri dissidenti nacquero e vissero proprio qui. 
 
Ma le leggi razziali non si limitarono a privare i soggetti colpiti solo dei diritti politici e le restrizioni vennero estese anche a quelli civili. Gli strumenti di crescita furono negati loro e divenne sempre più difficile, ad esempio, godere di un’istruzione persino primaria. La segregazione non risparmiò neppure i dettagli più intimi della vita della popolazione. Furono infatti vietati i matrimoni interrazziali e le unioni sessuali tra razze differenti, entrambi atti perseguibili penalmente.

A partire dagli anni Cinquanta il movimento di cui Mandela faceva parte, denominato African National Congress e nato nel 1912, portò le proteste ad un livello più incisivo. La sua ala armata aumentò gli atti di forza e lo stesso Mandela entrò in clandestinità. Nel '63, venne arrestato e imprigionato a Robben Island, ma continuò ad essere presente e a supportare come poteva la causa dell'uguaglianza. Insegnò ai sui compagni di carcere le principali nozioni scolastiche e impartì loro uno stile di vita sano e dedito all'apprendimento. La sua grande forza d'animo e la sua tenacia, suscitarono l'attenzione dei media e della comunità internazionale, che cominciò ad interessarsi alla questione sudafricana.
 
Gli sforzi delle Nazioni Unite, che nel '73 dichiararono l'apartheid un crimine contro l'umanità, e di molti altri Paesi europei, non diedero però i frutti sperati e le norme discriminatorie continuarono a proliferare con i vari governi che seguirono.

Nel 1984, si raggiunse il culmine della repressione con il presidente Botha, che inasprì la politica segregazionista dei suoi predecessori. Rifiutò ogni forma di dialogo con le forze dell’ANC, ma ebbe più di un incontro privato con Mandela nel carcere di massima sicurezza, cercando di barattarne la libertà con il cessate il fuoco dei rivoltosi e il rinnegamento della lotta armata. Tentativi andati in fumo, perché Madiba non accettò. Ne derivò un uso talmente cruento della forza per reprimere le rivolte, da dover dichiarare lo stato d’emergenza nel 1985.
 
Solo con l'inasprimento delle sanzioni internazionali, che portarono all’embargo commerciale del Sudafrica a cui aderirono perfino gli Stati Uniti, e la condanna da parte dell’opinione pubblica mondiale, si riuscì a smuovere la situazione. Piegato dall’isolamento commerciale ed economico, e con il fardello di un Paese lacerato dalle continue guerre interne il nuovo presidente Frederik de Klerk, a partire dall’86, iniziò una politica di riforme ed intraprese un dialogo con le forze del Congresso. Decise anche di liberare l'ormai celebre in tutto il mondo leader dell'opposizione, dando un segnale fortemente distensivo e consegnando il proprio nome alla Storia.

Nel 1990 Nelson Mandela fu finalmente restituito al suo popolo, dopo ventisette anni di carcere, e le principali leggi segregazioniste furono abrogate. Tre anni più tardi, gli venne conferito il Premio Nobel per la Pace, da dividere con il premier che l'aveva liberato.

Nel 1994 ci furono le prime libere elezioni a suffragio universale: chi le ha vissute racconta con commozione che c’erano file interminabili ai seggi e ogni votante era fiero e commosso per la possibilità di esprimere il proprio voto. Il partito di Mandela vinse e fu suo il compito di guidare il proprio popolo verso la creazione di un Sudafrica libero e democratico.
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